Lodi, 14 febbraio 2026
(Andrea Biraghi) Fino a 1500 euro in meno per ettaro. È l’effetto che potrebbe avere il calo del prezzo del pomodoro da industria nella campagna 2026 tra Milano, Lodi e Monza Brianza. A lanciare l’allarme è Confagricoltura, che segnala un aumento delle superfici coltivate stimato tra il 10% e il 12% e il rischio di uno squilibrio lungo tutta la filiera.
Nel 2025, nonostante un’estensione già significativa delle coltivazioni, la produzione era rimasta contenuta a causa delle rese più basse legate alle difficili condizioni climatiche dell’annata precedente. Questo aveva permesso al mercato di assorbire il prodotto mantenendo il prezzo medio attorno ai 14,20 euro il quintale.
Per il 2026 lo scenario cambia. Con più superfici coltivate e rese che potrebbero tornare su livelli normali, l’offerta rischia di crescere troppo. Tra gli operatori circolano indicazioni su un possibile assestamento del prezzo attorno ai 12 euro al quintale.
"Con una resa di circa 700 quintali per ettaro, una riduzione di due euro al quintale si traduce in una perdita superiore ai 1.500 euro per ettaro", spiega Pietro Invernizzi, imprenditore agricolo di Fombio attivo da oltre dieci anni nel settore e titolare di 35 ettari coltivati a pomodoro. "E i costi di produzione sono rimasti sostanzialmente invariati".
Secondo l’imprenditore lodigiano, l’aumento delle superfici sarebbe avvenuto senza una programmazione condivisa. Un elemento che si intreccia con il confronto sulla tabella qualità: dopo le modifiche della scorsa campagna, che avevano riequilibrato in parte il rapporto a favore dei produttori, l’industria punterebbe a tornare alle condizioni precedenti.
Sul tema interviene anche il presidente di Confagricoltura Milano Lodi Monza Brianza, Francesco Pacchiarini: "Il pomodoro da industria non è una coltura che si possa inseguire sull’onda del prezzo di un solo anno. È una filiera complessa che richiede programmazione, responsabilità e trasparenza".
L’associazione sottolinea il rischio di uno squilibrio strutturale se l’aumento dell’offerta non sarà accompagnato da un coordinamento efficace tra produzione agricola e industria di trasformazione. Il 2026, secondo Confagricoltura, può ancora essere una campagna sostenibile, ma solo evitando scelte di corto respiro.