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Merlino, 24 settembre 2026
(Andrea Biraghi) Turni che secondo l’accusa arrivavano fino a 512 ore in un mese, più del triplo delle 169 previste dal contratto, oltre mille posizioni lavorative ritenute irregolari e circa 3 milioni di euro di evasione contributiva e fiscale. È da questa maxi inchiesta sul lavoro agricolo nel Lodigiano che nasce il processo ora in corso per il caso dell’azienda orticola di Merlino.
Gli accertamenti della guardia di finanza di Lodi, svolti con la collaborazione degli ispettori dell’Inps e coordinati dalla Procura, avevano preso in esame il periodo dal 2017 al 2023. L’ipotesi investigativa era quella di un ricorso sistematico a manodopera irregolare per la coltivazione e la raccolta di ortaggi. Nell’estate del 2024 il giudice aveva disposto nei confronti del rappresentante legale dell’azienda il divieto di esercitare attività imprenditoriale per un anno.
Secondo l’accusa, nei periodi di raccolta diversi braccianti, quasi tutti stranieri, avrebbero lavorato senza adeguati riposi e per un numero di ore nettamente superiore a quello previsto dal contratto. Gli investigatori avevano inoltre contestato le condizioni degli alloggi messi a disposizione di alcuni dipendenti, descritti come precari, sovraffollati e in alcuni casi pagati attraverso trattenute sullo stipendio.
La vicenda è ora arrivata in tribunale. A processo ci sono l’ex rappresentante legale dell’azienda e altre due persone, mentre anche la società è coinvolta per l’ipotesi di responsabilità amministrativa. La difesa contesta però diversi punti della ricostruzione emersa durante le indagini.
Uno dei nodi riguarda proprio gli alloggi. Nel 2023 erano stati effettuati controlli in almeno cinque appartamenti tra Merlino, Comazzo e Pozzuolo Martesana. In alcune stanze erano stati trovati materassi a terra e, in uno spazio di circa 40 metri quadrati, quattro letti a castello. I difensori sostengono però che si trattasse di abitazioni e non di dormitori e richiamano le testimonianze di alcuni lavoratori che avrebbero escluso condizioni particolarmente degradate.
Contestata anche la lettura dei pagamenti. In alcuni casi gli ispettori avevano rilevato due bonifici destinati allo stesso dipendente. Secondo la difesa, uno corrispondeva alla normale retribuzione e l’altro a trasferte e rimborsi spese. I legali respingono inoltre l’idea che tutte le posizioni esaminate fossero irregolari e chiedono di distinguere i lavoratori in nero dalle eventuali contestazioni di natura contributiva.
Al centro del processo finirà anche il dato delle 512 ore lavorate in un solo mese, uno degli elementi più pesanti emersi dall’inchiesta. La difesa ne contesta il metodo di calcolo e chiede chiarimenti anche sulle modalità con cui furono raccolte le dichiarazioni dei lavoratori, alcuni dei quali avevano difficoltà con la lingua italiana.
Per due annualità l’azienda avrebbe inoltre applicato un contratto in deroga rispetto a quello provinciale sulla base di un accordo con due sindacati, successivamente non rinnovato. Sarà quindi il processo a stabilire se il quadro ricostruito dagli investigatori integri lo sfruttamento sistematico contestato dall’accusa oppure se parte delle irregolarità abbia una natura diversa. La prossima udienza è prevista all’inizio di novembre.